"Compiere una qualsiasi azione che lasciasse intendere una certa predilezione per la solitudine, perfino fare due passi da soli, era sempre un po' pericoloso." G. Orwell- 1984

giovedì 12 aprile 2012

PRIMI PASSI SUL CAMPO





Mettete un contadino. E mettete un cittadino. Disponeteli uno di fronte all'altro, come in un'equazione. Contadino : terra = cittadino : asfalto. Il cittadino tenta i suoi primi passi sulla terra arata per realizzare l'orto (il primo della sua vita). Ha acquistato in un vivaio alcune piante aromatiche: il basilico per il pesto che farà e congelerà, il rosmarino per la grigliata a venire, la salvia per la basta al burro, il prezzemolo per il tocco di verde qui e là (il prezzemolo sta dappertutto)  e l'erba cipollina perchè, non so perchè fa un po' figo, al posto della cipolla per insaporire. Il cittadino "fa", secondo precisi e predeterminati scopi; si muove da A a B lungo una freccia, tracciata prima di postare il primo piede in avanti. Il contandino prosegue il lavoro cominciato da qualcuno, e prima ancora da qualcuno e prima, anche, con le risposte ai perchè che piovono dal cielo o tramandate per osmosi.    
Il soggetto urbano è proprietario del pezzo di terreno limitrofo a quello del campestre, di cui è affittuario dall'urbano stesso -ironia della sorte!-. Ma dall'urbe, con tutto l'internet fra i polpastrelli, non ha imparato niente di piantine, e la zappa che arrugginiva nella vecchia cantina, non sa esattamente per quali scopi è stata costruita, se non che va affondata nella terra. Dunque,  l'omino dei campi si prodiga gentilmente a smuovere la terra di colui che gli è proprietario, quando gli viene un momento di libertà e di buona volontà. E quando il cittadino butta l'occhio, passando di lì  e avendo giusto il giorno prima fatto scorta di fiorellin della natura, pensa ben di darci dentro, per non lasciar cader nel vuoto tanta disponibilità. Ma al contadino, di passaggio -Ahi!- , non sfugge nulla -tutti lo sappiamo- e così, senza pre-determinatezza, ma sicurezza nelle vene, urla al di lui vicino un qualche cosa, nel di lui dialetto piemontese, che destabilizza con vergogna tutta l'azione in cui era immerso quello lì: inginocchiato sulla terra a zolle grosse come pietroni di montagna, con le dita affondate nel profumo delle estati dell'infanzia e la gioia nel cuore, per l'approssimarsi finalmente della riuscita di questo cambio di vita! "Bisogna prima fresare!" e poi giù insulti di cui si coglie solo il tono...ma già basta! L'omino di città, con umiltà francescana, silenzioso e sguardo basso, riprende ogni piantina dal terreno. Aspetta. E ricomincia al via del vicino, dopo che costui ha spronato il figlio ad accorrere col trattore per fresare prima che QUESTA qui si faccia fregare! 


Bella la campagna genuina!!!!       



giovedì 26 gennaio 2012

VOGLIO MANGIARE AGLIO TUTTA LA VITA

Voglio mangiare aglio tutta la vita,
vivere in una capanna 
e danzare al tempo di una danza gitana.
Voglio mangiare aglio tutta la vita
e restare in silenzio
a pensare a cambiare.
Voglio mangiare aglio tutta la vita
e zappare la terra con le mani
indolenzite di speranza
di forza
e di luce radiosa.
Voglio mangiare aglio tutta la vita




per avere vicino solo chi vuole mangiarlo con me.

venerdì 28 ottobre 2011

L'ATTESA IN AMBULATORIO

Parlavano, uno di fianco all'altro, di malvasia, grignolino, erba grossa e rumenta. Tre uomini: uno più grosso, uno più snello, uno più normale. Uomini di campagna, vecchio stampo. I giovani contadini, però, mi pare usino ancora gli stampi dei padri e dei nonni, quelli che restano per sempre nelle rimesse; a vederli in giro -agli occhi di noi exdicittà-, sembra che il tempo nei campi trasformi le attrezzature, ma poco gli esseri umani. La terra, è terra, d'altra parte. E le mani non si può fare a meno di irruvidirle. 
La signora, tutta a sinistra, sempre di fronte a me, dice così: "Credono di avere raggiunto il progresso, ma mica vero...".
Fra loro, giovane, ma già maturo e professionista in tinte casual, occhiali e sguardo basso, legge La Città delle Bestie, mentre aspetta il suo turno di rappresentante, ogni due pazienti e saluta, con un cenno e una sola parola la collega  vestita di bianco in semi trasparenza, per ammiccare con un ultimo respiro all'estate che si strascica. 
La donna era prima di lui, quindi lui deve aspettare quattro turni. 
A me tocca prima della giovane professionista, del maturo rappresentante, della dama umilmente loquace e perfino dei tre che fanno combricola. Perciò, non ho molto tempo per gustarmi il quadretto. 
Nel corto corridoio bianco inondato dal sole, mi piace quest'umanità presente e silenziosa. Ognuno per sé, senza bronci né enfasi. Aspettiamo di oltrepassare la porticina dell'ambulatorio del medico in età da pensione, mansueto, discreto, e tiriamo fuori ciascuno, dalla propria tasca, un pezzettino di sé.  

domenica 11 settembre 2011

FEROCIA E NORMALITA'

Conosco molto poco gli animali. Solo da quattro anni, dall'inizio della mia vita in campagna, ho cominciato ad avvicinarmi alla quotidianità di un cane, al suo affetto che matura col tempo, all'affezione da parte nostra, che è maturata col tempo. All'inizio si girava di scatto e mostrava i denti, se lo si avvicinava mentre mangiava. Oggi lo posso accarezzare piena d'amore, mentre lo fa. L'ho visto inseguire ed acchiappare lucertole ed ogni essere simile ad esse, e quella vista mi ha fatto sempre l'effetto di un gioco -della natura-, benchè concluso con la morte di una delle parti. Ho visto il gatto mangiare il topo. E mi ha fatto ancora l'impressione di  un qualcosa che "è così che deve andare e va bene che vada così". Ma con grandissimo sforzo sono riuscita a guardare con questi occhi la lotta furibonda fra il cane e una nuova micetta, forse di due mesi, che non so come era finita nella nostra cantina (deve avercela smollata qualche vicino con una cucciolata troppo ingombrante). La piccina, sprovvista di mamma, si spingeva ogni giorno un po' più in là, nell'esplorazione del territorio, senza sapere da dove potesse arrivare il pericolo.
Siamo in cortile, io con i miei due bimbi. Il cane punta la micetta, appena questa oltrepassa il cancello. Si osservano, si alternano nell'avvicinamento e distaccamento reciproco, osano a turno il contatto. Poi la piccina esagera. Graffia finché può, con quelle unghiette affilate. Soooooffiaaaaaa!!!!!, con tutto il fiato che ha. Fa sentire la sua vocina. Ci prova con tutte le forze. Ma il cane la placca, blocca con una zampa quell'esile esile corpicino peloso e striato e mordicchia, come a dire: "Forse, se non esageri, la finisco qui e possiamo anche diventare amici". Anche il cane sputa fiato, mostra i denti, fa quello che gli compete. Poi la gattina gli morde un orecchio -quell'orecchio già ferito-. E allora comincia un'apocalisse di ferocia animale. Dico ai bambini: "State vicino alla mamma, non scendete dalla panchina. Bisogna lasciarli stare, gli animali, quando bisticciano". La mia bimba è piccola da non ricordare niente, in futuro (così dicono). Il mio bambino è grande da poter ricordare, invece: potrebbe diventare il suo così detto "primo ricordo", se ha osservato l'accaduto con intensità anche tanto proporzionalmente inferiore alla mia. Non lo so, io. Ero così sconvolta da quello che stava succedendo, che non ho mai guardato in faccia loro. Me li tenevo stretti, e basta. Io urlo rivolta al cane, lo chiamo per nome, mi rivolgo a lui a voce alta, sempre più alta e sempre più preoccupata e spaventata per la gattina, indifesa. Gli dico- lo imploro, dentro di me-. NO! NO! NO! LASCIALA STARE! LASCIALA STARE! VIA! VIA!. Ma non c'è più sordo di chi è incazzato nero. Non ci penso proprio a dividerli. Chissà cosa mi può succedere. E poi, i bambini, non li posso proprio mollare. La micetta non molla, nemmeno lei. "Arrenditi, ti prego, piccolina! Ti prego!", penso. Nessuno lascia la presa. Le mandibole del cane stringono il ventre della nostra, ritmicamente...ma è un massaggio cardiaco invertito: la soffoca lentamente. Lo scricciolo grida un paio di volte. Lo sguardo al cielo... Non emette più suono. Non guarda più. E' finita. Io sto male. Mi sono sentita impotente e avrei voluto non credere a quello che vedevo. Avrei voluto spegnere la tv. E invece ho detto al mio bimbo: "Pazienza, tesoro. Cleopatra è andata in cielo con il nonno. Al nonno piacevano tanto tanto i gatti. Adesso staranno bane, insieme. E' la vita, sai? Succede così in natura. C'è uno più forte e uno più debole. Voi dovete sempre ascoltare mamma e papà. A Cleopatra è andata così perché era rimasta senza la sua mamma. E' stata sfortunata. Hai capito?" "Sì, mamma".
Il cane ha pasticciato ancora un po' con la sua preda. Noi siamo entrati in casa. Più tardi non c'era più traccia di nessuno e di niente avvenuto. Il cane, quando mi ha vista avvicinarsi a lui, ha piegato la testa verso il basso. L'ho accarezzato, gli ho dato da bere, l'ho accarezzato ancora e ho detto: "Non importa, non ti preoccupare, ti voglio bene lo stesso".
Così è la vita.                  



sabato 13 agosto 2011

LE STRADE NON SONO TUTTE UGUALI

Partite. Montate sull'auto e lasciatela andare. Che le gomme abbiano il tempo di annusare l'asfalto su cui girano. E voi con esse. Lasciatela salire, la vostra macchina a motore, e poi scivolare lungo il declivio. Così, finchè ne avrà voglia. E voi con essa. Guardatevi intorno, dal finestrino aperto. Di qui e di là. E di fronte. E vivete con il tatto la strada. Lo scossone di una crepa inaspettata, il brontolìo sospetto di piccole pietre incastonate nei copertoni... “Mi dovrò fermare a breve?”, “Son quasi bucate?”, “Arriverò a destinazione?”. Ce l'avete una destinazione. Se non altra, quella del ritorno. Casa vostra è stata la partenza. Sarà l'arrivo. Ma non ci pensiamo, ora. Proseguiamo. Stavamo cercando un luogo, dal nome definito. Ma, la strada facendo, ce ne siamo distaccati, l'abbiamo messo da parte, con un “dopo” e decisione, e ne abbiamo notate altre, di parole. Ci siamo fatti un po' stregare dalle mura, diversamente intonacate, colorate, appaiate fra di loro, erette saldamente sulla strada, delle case dei paesi attraversati. Tutti piccolissimi centri, che le abitazioni non paiono abitate, ma ho chiesto indicazione ad un uomo in canottiera bianca, il cappello di paglia sulla testa (era già di suo nonno? o l'ha comprato in ferramenta, dove si trova un po' di tutto?), le gambe sporche e mezze nude, dure e secche, e un sorriso sul volto...per la gioia di zappare la terra con il sole bellissimo di oggi, o quella di parlarmi o di scorgere i bimbi dietro il vetro, sul sedile posteriore?
Siamo saliti e scesi, tante curve e pochi tratti rettilinei e poi saliti e scesi e una curva e un'altra. Ma non abbiamo fretta. Siamo senza mèta, e- sorpresa e splendore- non abbiamo mai pensato che le strade sono tutte uguali. Almeno oggi.                

giovedì 28 luglio 2011

IL TOPO NEL FIENILE DEL PORTONE SULLA SCHIENA

Il portone del fienile sulla schiena. Mi è finito lì, mentre si abbandonava, dopo cinquanta, cento anni, forse, di posizione eretta, sostenuto solo da un lungo e spesso pezzo di tronco d'albero infilato in due buchi scavati nei mattoni cotti al sole dalle mani dei vecchi (allora giovani) contadini di questa famiglia. Veniva giù, verso di me, con la naturalezza con cui un omone sverrebbe addosso ad un bambino, senza potersi fermare. La gravità. Pochi istanti. Ho pensato: lo sostengo. no. scappo via. Mi sono girata e ho fatto muovere gambe, e tutto il corpo, sbilanciandomi in avanti, per arrivare prima oltre il traguardo (vita-morte). Ho pensato : mi dispiace, bambini. sono stata una stronza, non dovevo essere qui a rassettare il fienile. mi dispiace, bambini. addio. non voglio. mi dispiace bambini. forse ce la faccio. Beccata! aiuto! Cazzo. Via! Tuuum! Un tonfo enorme, di due ante enormi di questo centenario fienile, sulle volte mattonate che lo pavimentano e che fan da soffitto alla cantina di sotto. Sono scappata. Ce l'ho fatta. Che male! Aia, il braccio, la spalla. Mi ha beccato la testa, di striscio. Fanculo, anche la testa. Aia. Che paura! Potevo essere morta... “Andrea, mi è venuto il portone del fienile addosso... Quando arrivi a casa andiamo all'ospedale...". Niente di che. Collare e braccio fasciato per cinque giorni. Il terzo giorno... ho liberato il braccio. Troppo caldo, troppo prurito, e troppo poco male per sopportare. E, a quanto pare, un topo, ino o one, non so, grattava grattava insieme a me. Io idealmente, lui no. Per due notti sono stata quasi del tutto insonne, tormentata da questo raschiare oltre il muro della nostra camera da letto. Raspava lì, nel fienile. Ma perchè non ti ho mai sentito prima? Era già aperto all'esterno, dovevi mica aspettare un varco così enorme? O te la sei fatta sotto anche tu dalla paura, e, scappando (insieme a me?), sei finito in un buchetto del muro da cui non sei riuscito più a uscire? E che strano che abbia smesso di sentirti la sera in cui ho deciso di sfasciarmi. Che strano. Mi faceva impazzire il tuo lavorio, venivo a battere col piede contro il muro, per scacciarti. Ti zittivi. E ricominciavi. Tutti dormivano. Tutti dormivano. Tutti dormivano. E io mi sentivo impazzire e anche castigata, da te, lì dietro il muro. Che diavolo volevi?! Hai deciso di addormentarti la stessa sera in cui io riuscivo di nuovo a rilassarmi, riappropriata del mio arto al cento per cento? Ma perchè?
Ditemi se sono solo coincidenze, queste.
Addio topino.
Grazie, nonna. Lo so che sei stata tu a salvarmi.   

sabato 4 giugno 2011

L'ECO DEL MAIALE

Diamine. Non potevo non mettermi a scrivere qualcosa. Basta poco, una parola: "Come se fossero i maiali di qualcuno qui vicino". Sono qui, vicino al computer (io...non i maiali! che avete capito..). Andrea spunta dal balconcino da cui sputa nuvolette di fumo catramoso...massì. Fuma. Fuck. Dice: "Sai che penso di aver sentito dei cinghiali, qualche sera fa?". "Mh. Vabbè", penso io, che non voglio liquefare il suo entusiasmo, così, come in un clik. "Dai, tesoro mio, storia vecchia", penso io, che per una volta che si lancia a raccontarmi qualcosa, subito drizzo orecchie e animo, come una giovanotta, e, pur lievemente di primo acchito delusa, mostro tutta la disponibilità ad accogliere il detto e fatto del mio maschio - marito-, come solo noi donne sappiamo fare. "Ah sì?!", dico io "Davvero?! dei cinghiali? Qui di fianco, nel boschetto?". "Sì", risponde lui "Come se fossero i maiali di qualcuno qui vicino". "E già, perchè i maiali grugniscono, con l'eco nella valle....". Ma questa non è una valle! La nostra fattoriaiaiaoh sta su un tratto di pianura, abbracciata da dolci colline...ma che certo non concedono il prodursi di un'eco. O sì? Mettiamo di no. Altrimenti perderei per strada la risata interiore che mi sono fatta quando ha pronunciato quelle parole. (Hi hi hi...maritino mio...sei quasi più ingenuo di me...Dio ci fa e poi ci accoppia. Dice così!). Insomma. Dai cinghiali-maiali si passa alle volpi. "Credo anche di avere sentito delle volpi, qualche sera" (Dovreste vedere con che serietà e purezza di bambino mi racconta TUTTO ciò). "Ah sì?" "Sì, fanno una specie di verso...". E qui mi sono messa io a spiegargli il verso della volpe, che l'ho sentito in tv, in qualche documentario. E lui, felice "Eh, sì, così!" Dolcezza... :)) Comunque, cinghiali, maiali -no, maiali no, non è vero che si sentono, di notte, a meno che tu non li abbia nel cortile-, volpi, ranocchie, cornacchie o uccellacci vari del mala o buon augurio, grilli e civette -meglio tapparsi le orecchie, in questo caso...la superstizione non concede errori...ci scappa il morto, se no!- e lo schhh del ruscello al di là dei campi, qui di fronte, sotto il pendio che lo trattiene e lo zzz di una zanzara nell'orecchio e il latrato solitario di qualche amico dell'uomo, che cerca amici, lontani, come facciamo noi qui nella rete... BELLA, LA VITA!
Buona notte, amici. :)